Dialoghi da pancia piena

Ho fatto l’errore di aprire il sito di repubblica, cerco di farlo meno del solito in questi giorni. Siamo in periodo elettorale; tutti a sfilare con l’abito buono, il cliché è il solito: l’uno accusa l’altro, quello risponde per le rime, via le mani dalle banche, … Insomma tutti parlano di tutto (e quindi di niente), nel disperato tentativo di accaparrarsi più voti possibile. Si confrontano fingendo obiettivi di risanamento, per risolvere i problemi di questa Italia sfasciata, delusa, demoralizzata.

Mi rendo conto che la colpa è nostra. Tutti (e intendo proprio tutti) abbiamo contribuito a metterla in ginocchio, con le nostre discussioni da pancia piena e la convinzione che tanto, in fondo, le cose non possano cambiare. Con il nostro disinteresse abbiamo giustificato qualsiasi comportamento (soprattutto se nostro), ci siamo scordati del rispetto delle regole e di noi stessi, lasciandoci cullare dal vuoto senso di soddisfazione che proviamo ogni volta che accendiamo la televisione e saltiamo veloci dall’ennesimo reality da zero neuroni al solito (inutile) dibattito tra opinionisti. Su cosa esprimano i loro “colti” commenti ancora non l’abbiamo capito (e forse nemmeno ci interessa), e, cosa peggiore, ormai non ci chiediamo neanche più che diavolo ci facciano lì, chi si è preso il disturbo di pagarli per il loro utilissimo lavoro. Abbiamo perso la cognizione del senso del ridicolo.

E così, lentamente, passivamente, siamo arrivati al punto da ritrovarci in prima pagina allegre discussioni sullo “stato di salute delle banche” ed in calce, ma proprio in fondo in fondo, la notizia che 6 italiani su 10 non arrivano a fine mese. Il nostro stato di salute coperto da quello dello spread. La nostra dignità di uomini sparita in ragione della profondità (e della vuotezza) delle nostre tasche.

Perché, mentre i 6 cercano di capire come mangiare, per gli altri quattro è facile parlare senza avere fame.

Quando c’era da pensare a lavorare per costruire qualcosa di concreto si parlava di calcio: eravamo pieni di teoretici della filosofia del pallone che dalle 8 alle 20 si spaccavano la schiena ed ora siamo pieni di economisti. Avevano tutti un consiglio per Trapattoni, ora fioccano ricette per abbassare punti percentuali.

Non ho mai vissuto quei tempi, li ho solo sbirciati tra le parole di mio padre e di mio nonno, non ho mai capito niente di pallone (e lo sport nazionale continua a non piacermi) eppure ora ho tanta voglia di parlare di calcio. Finalmente ho capito il senso di quei discorsi.

Quasi 400 parole: come al solito ho parlato troppo anch’io. Stasera speriamo ci sia qualche partita.

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