La frase giusta nel posto inaspettato

Tre del mattino, Policlinico Casilino. Ti trovi lì perché il piccolo che tua moglie porta in grembo da nove mesi ha deciso mostrare le sue abilità di ballerino a tarda ora. Forse un eccesso di prudenza, ma l’inesperienza ti porta in testa mille pensieri.

Sei seduto in sala di attesa, non ti fanno entrare e stanno monitorando la pancia. Un po’ sei preoccupato, un po’ sei stanco; l’ambiente di certo non aiuta.

La testa frulla, intanto guardi lo schermo; distrattamente ti passa davanti la presentazione dell’ospedale e ti chiedi a chi possa interessare, tra pazienti doloranti e parenti nervosi, un video pubblicitario sulla struttura. E poi, dopo aver capito come raggiungere i reparti e imparato come riconoscere un’ostetrica dal colore del camice, spunta inaspettatamente la frase:

We are born alone, we die alone. Between these we play in team.

Diciamocelo: siamo al Policlinico Casilino, non a Villa Stuart. Non ci sono illustri sconosciuti e facoltosi stranieri alla sedia accanto, anzi. Qualcuno dorme praticamente in posizione retta (dall’odore e dal suono del russare capisci che sta smaltendo la sbornia). Un paio di ragazzi dall’accento pronunciato si tamponano la ferita da caduta col motorino imprecando sul prezzo delle riparazioni. Un tizio prende a calci la solita, difettosa macchinetta delle merendine. Come ho detto, l’ambiente non aiuta.

Ma quella frase ha catturato la tua attenzione e ti chiedi cosa ci faccia in un posto come quello. Ma poco prima erano passate le diapositive di presentazione delle varie equipe di medici, infermieri, volontari… Non può essere solo marketing: quanti ci farebbero caso? E a che fine poi? Insomma, cominci a pensare che qualcuno lì al quella frase ci crede davvero. Ci crede almeno quanto basta per dare spazio su uno schermo al volto dei propri operatori. La rapidità con cui quella squadra di persone ha fatto entrare tua moglie e iniziato il monitoraggio, poi, avvalora l’ipotesi.

Ora, in quella frase uno ci può leggere tante cose, non legate solamente al contesto. Sarà pure per il particolare momento, io ne ho viste due.

L’importanza della famiglia come team, degli affetti che ci sostengono giorno per giorno; sapere di tornare a casa e non essere soli, sentendo che si lavora per loro e non solo per stipendio, carriera e/o soddisfazione personale. La loro vicinanza (fisica), quel modello di vita “provinciale” dai cui sono scappato a 18 anni comincia a mancarmi, immerso in una metropoli dove l’essere alone acquista valore e qualsiasi cosa rischia di diventare complicata. Fu una delle mie prime impressioni arrivato a Roma: in città si a restringono i tempi e si dilatano gli spazi (anche quelli tra le persone).

L’importanza della cultura di gruppo nell’ambiente di lavoro: giocare davvero in team, condividendo obiettivi, sforzi, entusiasmi, conoscenza, esperienza non è una possibile strategia organizzativa ma l’unico vero modo che si ha per creare qualcosa di buono oggi, in tutti i settori e a qualsiasi livello. Dalla politica all’ICT (fatta eccezione forse solo per l’artigianato), passando per una sanità sfasciata e tenuta in piedi dalle poche persone che ancora vedono il loro lavoro come una missione. Siamo portati su ogni fronte a tracciare strade strette, fatte per una persona sola, scordandoci della qualità, delle soddisfazioni, dei risultati che il play in team si porta dietro. L’individualismo dei falsi arrivismi, i meccanismi clientelari uniti alla scarsa qualità media della classe dirigente rendono opache (quando non le sopprimono) le competenze delle stesse persone che fanno grandi interi settori. Non me lo toglierò mai dalla testa: i grandi Manager (quelli con la M maiuscola) erano gli Enrico Mattei, i Carlo Azeglio Ciampi dell’immediato dopoguerra; costruivano una nazione a piccoli passi sognando un paese nuovo. Sembra quasi che, per lasciare spazio alla cultura del “fare soldi”, nel passaggio di consegne quell’attenzione, quel rispetto, quelle capacità siano passate in secondo piano insieme alla parte migliore del nostro modello di famiglia. Più provinciale, sicuramente, ma fondato sull’importanza e sul significato di gruppo.

Pensando a questo, quella frase giusta trovata nel posto meno accogliente – aspettando di sapere che andava tutto bene – mi ha fatto stare un po’ più tranquillo.

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